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Gli incontentabili di Roberto Moroni

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Anch’io la canzone triste, anch’io, anch’io!

Non posso essere da meno, no.
Luca Sofri, Suzukimaruti, Massimo Mantellini, Giulia Blasi e Achille Corea – per nominare i più noti, ma chissà quanti altri – hanno scritto della canzone più triste, buia e deprimente che conoscono.
Per Luca è un ballottaggio tra Ritornerai di Bruno Lauzi e Fiori rosa fiori di pesco di Lucio Battisti (ma oggi si è parzialmente ricreduto).
Suzuk sceglie Confesso di Piero Ciampi; Giulia va per Exit Music (for a film) dei Radiohead, Mantellini si strugge per Giampiero Alloisio e Achille singhiozza con Ed io tra di voi, di Aznavour (ritenuta un po’ eccessiva anche ai tempi, e rimasta perciò memorabile soprattutto in questa versione).

Per quanto mi riguarda, non ho ancora trovato una canzone che testimoni la tragica insensatezza della condizione umana come Fin che la barca va, di Panzeri-Pilat-Arrigoni.

Si tratta di un testo magistrale, rimasto insuperato per la precisione con cui ritrae la summa dei contenuti legati alle escatologie, ai drammi, alle aspirazioni di questi strani animali e dei loro rapporti con il Demiurgo che li punisce, e che solo un osservatore superficiale potrebbe identificare fuori dalle evidenti allegorie di “grillo” e “formica”.

In Fin che la barca va c’è davvero tutto: l’angoscia esistenziale di marca schopenhaueriana (“La vita come pendolo tra dolore e noia”) e l’eracliteo scorrere del tempo nelle sue stagioni (pare che nel 1970 ci fossero anche le “mezze”);

Il grillo disse un giorno alla formica: “il pane per l’inverno tu ce l’hai,
perché protesti sempre per il vino? Aspetta la vendemmia e ce l’avrai”.

Il vino, ovviamente come sfida al Di-vino, il rapporto conflittuale col Sacro, e i due massimi miti, in tal senso, dell’era precristiana: Prometeo, trafitto al fegato dall’aquila (tipico volatile peruviano) che se ne ciba e, naturalmente, la Torre di Babele come archetipo di ogni hybris possibile.

Mi sembra di vedere mio fratello che aveva un grattacielo nel Perù,
voleva arrivare fino in cielo e il grattacielo adesso non l’ha più.

Da Fin che la barca va non resta fuori niente: il ritornello adombra infatti una suggestione tipicamente orientale, il famoso richiamo karmico che potrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) riscattare il travaglio ontologico dell’essere umano:

Fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare, quando l’amore viene il campanello suonerà.

Nessuna traccia di costruzione sistematica, hegelismo, o filosofia positiva. C’è invece Kierkegaard, con la sua Malattia Mortale connessa alla condanna della Scelta, una Scelta naturalmente – direi anzi costituzionalmente – fallace e perciò motivo di ulteriore dannazione:

Mi sembra di vedere mia sorella che aveva un fidanzato di Cantù,
voleva averne uno anche in Cina e il fidanzato adesso non l’ha più!

E a un certo punto, ecco apparire la fosca figurazione della contingenza, la doxa, la chiacchiera heideggeriana, il logos improprio e traditore, l’Erlebnis zoppa che l’apparenza rende invitante poiché disciolta nella fumigante nebbia dei sensi: la tentazione della carnalità e l’abbandono di qualsivoglia abnegazione a una qualsivoglia dottrina di fede; laddove il cancello citato, qui, non è certo faccenda troppo celeste:

Stasera mi e’ suonato il campanello: e’ strano, io l’amore ce l’ho gia’,
vorrei aprire in fretta il mio cancello, mi fa morire la curiosita’.

E, immediato, l’assordante intervento vessatorio del Divino, che coglie l’Infinitamente Piccolo in tutto lo smarrimento in cui l’avvolge il Molteplice e lo rimette a posto nella sua sozzura ontica, assestandogli la cosiddetta Randellata Gnostica per mezzo della quale l’assordato imparerà a razzolar meglio:

Ma il grillo disse un giorno alla formica “il pane per l’inverno tu ce l’hai”
vorrei aprire in fretta il mio cancello, ma quel cancello io non l’apro mai.


Altro che Grind, Death Metal e messaggi rovesciati, signori miei.

Commenti

Io, per non entrare nel territorio poetico di De André, avrei votato per Minuetto testo di Califano voce Mia Martini.