Ha ragione Filippo Facci: la Rai va chiusa.
Ma ha torto, Filippo Facci: la Rai non va chiusa e basta. La Rai infatti va chiusa a doppia mandata, le van messi i sigilli. Dopodiché, va fatto altro.
La Rai va bruciata.
Va istituito il reato di “Ricostruzione di associazione a delinquere contro sé stessi e il patrimonio culturale nazionale” in base al quale perseguire con belluina severità qualunque becero dirigente voglia approfittarsi del marchio e della rete di trasmissione dell'Azienda unicamente per ingrassare il proprio conto in banca, magari con la scusa che “facciamo prodotti popolari che la gente vuole e chiede”.
E con il ricavato della vendita di macchinari, mobili, soprammobili e suppellettili varie, vanno risarciti (in gettoni d'oro, come usava una volta) tutti coloro che da decenni pagano il canone per vedersi trattati, in cambio, alla stregua di idioti, animali ciechi senza coscienza e discernimento.
E di quel che resta - dell'edificio di Viale Mazzini, del cavallo, delle innumerevoli sedi esterne - va fatto un gigantesco falò. Un fuoco che bruci tutto e tutto purifichi.
Questo pensavo stasera, vedendo il primo dvd dell'Espresso su Carosello, dedicato a quanto proponeva l'omonimo programma, se così lo si può chiamare, tra il 1957 e il 1963, ovvero la preistoria della televisione italiana. Una televisione che si rivolgeva a un pubblico semirurale, in possesso di mezzi intellettivi (non intellettuali: intellettivi) estremamente modesti, di un italiano incertissimo e di una capacità di sintetizzare i vettori linguistici che gli si indirizzavano a dir poco primitiva.
Eppure di tutto questo, nei primissimi caroselli, non v'è traccia alcuna.
Non ci sono maestri che, dall'alto della loro cattedra, rubano la merenda ai bambini, che siccome sono ignoranti allora li si può raggirare come si vuole.
Nei caroselli, anche nei più antichi, può apparire qui e là qualcosa che al massimo possiamo prendere, oggi, alla stregua di innocente ingenuità, dovuta magari a qualche incertezza tecnologica o al gusto dell'epoca, ancora in via di costruzione. Ma ci sono (sempre!) ironia, ricerca, leggerezza e, perché no, cultura. Ci sono relax, ingegno, buona fede e trovate; persino autoparodia e, in qualche caso, addirittura divertimento metalinguistico: vedi i casi di Gassman e Govi, nel ruolo di grandi attori che sfottono la propria statura artistica di teatranti che si “abbassano” a reclamizzare un prodotto in tv per vile denaro.
Questo pensavo stasera, e non sapevo di pensarlo, anche tre ore prima di vedere il primo dvd di Carosello.
Quando ho acceso la televisione dicendo “vediamo un po' questo Rino Gaetano”, laddove Rino Gaetano è la fiction televisiva in prima serata su Raiuno.
Diciamolo subito: qui non ci troviamo di fronte a un caso di mancato rispetto nei confronti del pubblico, bensì di aperto, patente, ostentato disprezzo del medesimo.
Non c'è niente, in Rino Gaetano, che non sia all'insegna di un “prendi i soldi e scappa”, e per ciascuna categoria professionale, nessuna esclusa. Dagli sceneggiatori (alcuni di gran nome) in già, tutte le persone coinvolte in quest'autentica mascalzonata culturale devono sentire fetida la propria coscienza per aver imposto agli italiani il ruolo, umiliante e assolutamente non richiesto, di interlocutori imbecilli. Dalla superficialità della progettazione alla ridicolaggine del modo in cui si susseguono gli eventi; dall'assurdità delle situazioni proposte all'inverosimiglianza (chiamiamola così) dei dialoghi (chiamiamo così anche loro); dal taglio dell'inquadratura ai movimenti di macchina; dalle luci (sempre madreperla, sempre schiacciate) alla pesantezza del trucco che impasta le facce di tutti gli attori, tante grottesche moire orfei; dai parrucconi piazzati alla come viene alle due 127 per “rendere l'epoca”; dalla svogliatezza di attori infimamente (e perciò coerentemente) diretti, alle orribili musiche, onnipresenti tappetoni d'archi tremuli che impongono le svolte (?) dell'intreccio (?) con devastante prevedibilità invece che il contrario; insomma, tutto, proprio tutto di questa fiction, probabilmente presentata come “prodotto diretto ai giovani” per via dell'argomento e della presenza di altrettanto giovani “stelle”, è la misura dell'incantesimizzazione della Rai. Della vocazione, cioè, alle tinte fortissime, alla sottoculturaccia da fotoromanzo con una bassa, plumbea e cinica lega che mai peraltro il fotoromanzo, quello vero, si sarebbe permesso nella sua età dell'oro. Qui non si fa solo bieco mélo agiografico: qui si premiano cattiva qualità e scarsa professionalità con dolo, cattiva coscienza, e un cinismo oltre ogni limite.
Andate al ristorante, vi portano il pastone dei maiali. Nonè che non hanno altro da servirvi: è che vi credono proprio maiali.
Ribellatevi. Ribellatevi ad Agostino Saccà, che vi dice che questa fiction vi ha arricchito quando è evidente che ha arricchito lui e i suoi affiliati, e impoverito tutti gli altri. Ribellatevi a gente della statura morale, umana e fisica di Fabrizio del Noce, ribellatevi a questi produttori irresponsabili e criminali che s'ingozzano coi vostri soldi e ridono di voi, o di quel che credono siate.
Ribellatevi a tutto questo, abbiate pietà di voi stessi e abbattete il cavallo (“morente”, si chiama proprio così) di Viale Mazzini, prima che sia lui ad abbattere voi.
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Commenti
Rosa 13/nov/2007 07:32:45
La_Sposa 13/nov/2007 09:12:25
Cristina Tagliabue 13/nov/2007 09:25:33
Mino 13/nov/2007 11:03:45
Radici Angelo 13/nov/2007 11:18:16
Antonio 13/nov/2007 11:38:59
Enrico 13/nov/2007 12:10:18
uno a cui piace il sud, ad esempio 13/nov/2007 12:15:36
Mario Clerici 13/nov/2007 12:49:54
Nicola 13/nov/2007 13:07:01
Roberto Moroni 13/nov/2007 13:40:38
pia 13/nov/2007 14:08:44
pia 13/nov/2007 14:12:18
Fabrizio 13/nov/2007 14:44:54
K 13/nov/2007 14:57:34
Paola Liberace 13/nov/2007 15:06:35
Dario 13/nov/2007 15:14:16
alberto d'ottavi 13/nov/2007 15:25:27
Roberto Moroni 13/nov/2007 15:36:12
Marco 13/nov/2007 15:56:09
stefano 13/nov/2007 15:59:27
Dario 13/nov/2007 16:18:08
SIMONE 13/nov/2007 16:28:06
anonimo 13/nov/2007 16:41:31
ciro pellegrino 13/nov/2007 16:59:36
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